Un Servizio Sanitario Nazionale universale e sostenibile necessita di più risorse, più appropriatezza, più prevenzione

Il dibattito sulla sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale è tornato al centro dell’attenzione pubblica. L’ultimo rapporto della Fondazione GIMBE ha messo in evidenza le criticità che attraversano la sanità italiana: carenze di personale, disuguaglianze territoriali, lunghe liste di attesa, progressiva riduzione delle prestazioni, difficoltà di accesso alle cure per i soggetti più fragili. Sono temi noti da tempo, ma oggi assumono un’urgenza nuova. Dopo la pandemia, che aveva mostrato quanto una sanità pubblica forte sia indispensabile per la salute collettiva, il sistema rischia di perdere definitivamente la sua capacità di garantire a tutti un diritto fondamentale sancito dalla Costituzione.

Maggiori risorse per il personale sanitario

Il primo nodo riguarda le risorse economiche. Da anni la spesa sanitaria pubblica italiana si colloca sotto la media europea in rapporto al PIL (6,1%, contro il 7,3%). Nel 2025, nonostante i ripetuti annunci di un suo aumento, il finanziamento del SSN sarà ancora insufficiente a fronte delle nuove sfide: l’invecchiamento della popolazione, l’aumento delle malattie croniche, l’evoluzione delle cure e l’innovazione nei farmaci. Tra le carenze più gravi vi è quella del personale medico e infermieristico: gli operatori sanitari, dopo decenni di blocchi del turnover e contratti inadeguati, sono sempre di meno, più anziani e più stanchi; le nuove generazioni, spesso formate in Italia con risorse pubbliche, emigrano all’estero dove trovano condizioni economiche e organizzative migliori, oppure si dirigono verso il sistema privato, per le stesse ragioni. In molti ospedali e nei servizi territoriali pubblici i vuoti di organico costringono a chiusure temporanee, turni massacranti, impossibilità di garantire continuità assistenziale. Rafforzare il SSN significa investire prima di tutto nelle persone: in formazione, assunzioni, riconoscimenti economici, valorizzazione delle competenze. È soprattutto il capitale umano a determinare la qualità della cura.

Sprechi, inappropriatezza, disparità regionali

Ma più risorse non basteranno se non si affrontano anche gli sprechi e le disuguaglianze territoriali. L’Italia è uno dei Paesi europei con i maggiori divari regionali in termini di accesso ai servizi sanitari, qualità delle strutture e tempi di attesa. A seconda del luogo in cui si nasce o si vive, cambia la possibilità di ricevere diagnosi precoci, trattamenti appropriati, riabilitazione e assistenza tempestive. Questa frammentazione mina l’universalità del sistema: pur mantenendo la responsabilità in capo alle regioni, occorre rafforzare le politiche sanitarie generali e la governance a livello nazionale, attraverso un maggiore indirizzo e coordinamento del Ministero della Salute, specie nei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA). Non si tratta di limitare l’autonomia regionale, ma di garantire che i diritti fondamentali alla salute siano tutelati ovunque con standard omogenei di qualità, tempestività e costi. Al tempo stesso è necessario contrastare gli sprechi e le inefficienze che sottraggono risorse a diagnosi, cura e prevenzione: procedure ridondanti, burocrazia, duplicazione di esami e visite, inappropriatezza delle prestazioni. Un euro sprecato in un ogni segmento del sistema è un euro sottratto alla presa in carico di tutti i pazienti e cittadini.

Un nuovo equilibrio tra pubblico e privato

Un altro tema cruciale riguarda il rapporto tra settore pubblico e privato accreditato. Negli ultimi anni la crescita dell’offerta privata in convenzione con il SSN è stata costante e in molti casi ha contribuito ad ampliare la capacità assistenziale complessiva del sistema. Tuttavia, l’equilibrio si è progressivamente alterato: molte strutture private selezionano le prestazioni più remunerative, lasciando alle strutture pubbliche quelle più complesse e meno convenienti. Questo meccanismo produce una distorsione competitiva e indebolisce il sistema pubblico, che resta comunque il garante della salute collettiva e dell’universalismo delle cure. Occorre un ribilanciamento dei rapporti: i soggetti privati devono essere pienamente integrati nel sistema sanitario non come concorrenti ma come partner regolati, vincolati agli stessi obiettivi di equità, qualità e appropriatezza. Solo così la collaborazione pubblico–privato può generare valore per i cittadini, a partire dal rafforzamento dei pronto soccorso e dalla riduzione delle liste di attesa per le prestazioni ambulatoriali e per i ricoveri ospedalieri.

La prevenzione come chiave della sostenibilità

Al di là delle risorse e della governance un’altra sfida del sistema sanitario italiano è di tipo strutturale: riguarda la sua sostenibilità economica nel medio e lungo periodo. Con l’aumento dell’età media e la crescente incidenza delle malattie croniche, i costi di diagnosi, cura e assistenza stanno crescendo più rapidamente delle risorse disponibili. Se non si cambia paradigma il rischio è che tra pochi anni non ci saranno più fondi sufficienti per curare tutti i malati. Già oggi una parte crescente della popolazione, in particolare nelle fasce di reddito medio-basso, rinuncia a esami, visite e terapie a causa dei lunghi tempi di attesa del sistema pubblico o dei costi inaccessibili del sistema privato. Per evitare che il diritto alla salute si trasformi in un privilegio per pochi è indispensabile spostare decisamente il baricentro del sistema dalla cura alla prevenzione, che oggi non supera il 5% dei costi totali. La prevenzione, anche nel bilancio pubblico, dovrebbe essere considerata non più un costo corrente ma un investimento di medio-lungo termine: riduce la pressione sulle strutture ospedaliere, valorizza la medicina territoriale e i medici di medicina generale, accresce la consapevolezza e migliora la qualità della vita, allunga la sopravvivenza, produce risparmi duraturi per il sistema sanitario e altre spese non sanitarie, quali assistenza e previdenza.

La prevenzione nelle malattie croniche non trasmissibili

Le malattie croniche non trasmissibili – cardiovascolari, respiratorie, endocrine, neurologiche, oncologiche – rappresentano la principale causa di morbosità, mortalità (85% dei decessi) e costi (65 miliardi/anno, cioè oltre il 50% della spesa sanitaria pubblica). Eppure, una quota significativa di questi eventi potrebbe essere evitata attraverso strategie di prevenzione primaria (riduzione dei fattori di rischio), secondaria (diagnosi precoce) e terziaria (gestione integrata e stili di vita appropriati dopo la malattia). Investire in prevenzione significa ridurre il peso delle disuguaglianze sociali e territoriali: le persone più fragili, con minori risorse economiche e/o culturali, sono spesso quelle più esposte ai fattori di rischio e con minore accesso ai controlli. La prevenzione può diventare dunque anche una politica di equità e giustizia sociale.

La medicina di precisione e la nuova frontiera della prevenzione oncologica

In ambito oncologico i progressi della medicina stanno cambiando radicalmente il modo di intendere la prevenzione e la cura. Oggi non parliamo più solo di “tumori” in senso generico, ma di malattie diverse per caratteristiche genetiche, biologiche e cliniche. Questo consente di intervenire in modo sempre più mirato, sia nelle persone già ammalate (medicina di precisione), sia nelle persone sane ma a rischio aumentato (prevenzione di precisione). La prevenzione secondaria, basata sulla diagnosi precoce, consente di identificare i tumori negli stadi iniziali e addirittura alcune lesioni precancerose, come adenomi, polipi, displasie. La prevenzione primaria di precisione mira a ridurre il rischio di sviluppare la malattia attraverso l’identificazione dei soggetti predisposti e la modulazione dei fattori ambientali e comportamentali (alimentazione, stili di vita). 

Le sindromi ereditarie di predisposizione ai tumori: un modello di prevenzione mirata

Un ambito in cui la prevenzione di precisione può produrre risultati particolarmente rilevanti è quello delle sindromi ereditarie di predisposizione ai tumori.
Si tratta di condizioni genetiche relativamente rare ma non rarissime (circa il 2,5% della popolazione complessiva, cioè oltre 1.250.000 persone in Italia), in cui una variante patogenetica trasmessa in famiglia aumenta la probabilità di sviluppare determinati tipi di cancro. L’identificazione precoce di questi soggetti consente di attuare percorsi personalizzati di sorveglianza, prevenzione e cura, con una riduzione significativa della mortalità e un miglioramento della qualità della vita. In Italia, però, i percorsi dedicati alle persone portatrici di varianti ereditarie sono ancora frammentati, disomogenei e spesso affidati all’iniziativa dei singoli centri ospedalieri. Manca un modello organizzativo integrato e una reale strategia di sanità pubblica per tutto il Paese (LEA). Per rispondere a questa esigenza la Fondazione Mutagens ha elaborato e presentato alle istituzioni sanitarie nazionali una proposta organica per la prevenzione e la cura di precisione nei portatori di sindromi ereditarie. Il documento – che rappresenta il pilastro della nostra missione – propone la costruzione di una rete nazionale di coordinamento dei Percorsi Diagnostico-Terapeutici Assistenziali (PDTA) Eredo-Familiari che, con una presa in carico multidisciplinare, integrino:

  • la diagnosi molecolare e la consulenza genetica;
  • le terapie oncologiche personalizzate;
  • la chirurgia oncologica e profilattica;
  • la sorveglianza clinica e radiologica,
  • la consulenza sugli stili di vita, sull’alimentazione, sulla fertilità e la procreazione.

Un modello di questo tipo, oltre a migliorare la vita dei portatori e dei loro familiari, rappresenterebbe una palestra di innovazione per tutto il sistema sanitario: dimostrerebbe come la prevenzione di precisione possa tradursi in una medicina più efficace, sostenibile e personalizzata.

Prevenzione e sostenibilità: un nuovo patto per il SSN

La prevenzione è la chiave per costruire un Servizio Sanitario Nazionale più universalistico, etico e sostenibile. Le risorse destinate alla prevenzione generano un ritorno superiore (oltre 14 volte) rispetto a quelle destinate alla sola cura: meno ricoveri, maggiore efficacia e minore durata delle terapie, meno costi sociali, più salute. Investire in prevenzione significa anche rafforzare il patto di fiducia tra cittadini e istituzioni. Significa dimostrare che la salute non è solo un diritto individuale ma un bene collettivo, che richiede una visione di lungo termine e una responsabilità condivisa. La Fondazione Mutagens crede che sia necessario un nuovo patto per la sanità pubblica, fondato su tre principi cardine:

  1. Equità, perché tutti i cittadini devono avere le stesse opportunità di accesso alla salute, indipendentemente dal luogo in cui vivono o dal reddito;
  2. Responsabilità, perché la sostenibilità del sistema dipende dall’impegno di tutti i soggetti: istituzioni, professionisti, pazienti, cittadini, aziende;
  3. Innovazione, perché solo integrando ricerca, prevenzione e cure di precisione potremo affrontare le grandi sfide di un mondo che cambia.

Il futuro del Servizio Sanitario Nazionale dipenderà dalla capacità di conciliare più risorse con una migliore gestione, di rafforzare il pubblico senza escludere il privato, e di spostare il baricentro dalla cura alla prevenzione. Non possiamo limitarci a difendere il sistema attuale: dobbiamo rigenerarlo, renderlo capace di affrontare le sfide della longevità, della complessità e dell’equità. In questa prospettiva, la prevenzione non può rimanere uno dei capitoli minori del sistema sanitario, ma deve diventare uno dei suoi pilastri fondamentali. È qui che si giocherà il futuro della sanità italiana: nella capacità di prevenire prima di dover curare, di prendersi cura delle persone prima che diventino pazienti, di costruire insieme una società più sana, più giusta e più consapevole.

© 2022 Fondazione Mutagens ETS. Tutti i diritti riservati.

Leggi altre notizie