Sicuro allattare dopo un tumore al seno per le donne con mutazioni BRCA

Rassicuranti i risultati di un nuovo studio intenazionale dal quale non è emersa alcuna associazione tra allattamento e aumento del rischio di recidiva, neoplasia controlaterale o mortalità

Dopo la dimostrazione che una gravidanza successiva al trattamento per il cancro al seno nelle donne portatrici di varianti patogenetiche nei geni BRCA non comporta un aumento del rischio oncologico, arrivano ora dati rassicuranti su un altro aspetto molto caro alle donne, l’allattamento al seno, su cui gravavano ancora dubbi o comunque non erano disponibili dati solidi.

Ebbene un nuovo studio retrospettivo internazionale, oubblicato sulla rivista Journal of the National Cancer Institute, a cui hanno partecipato diversi centri italiani e coordinato da Ospedale San Martino/Università di Genova, ha cercato di colmare questa lacuna, mostrando che le donne BRCA mutate che hanno sviluppato il tumore al seno in giovane età possono allattare al seno senza compromettere la sicurezza oncologica. Commentiamo i nuovi dati con Robert Fruscio, uno degli autori, professore associato in ginecologia e ostetricia dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca presso il Dipartimento di Medicina e Chirurgia e direttore dell’Unità Operativa di Ginecologia preventiva della Fondazione IRCCS San Gerardo dei Tintori di Monza.

Robert Fruscio

Dati rassicuranti per l’allattamento al seno

Nel nuovo studio, denominato BRCA-BCY, sono stati analizzati i dati raccolti in 78 centri ospedalieri in tutto il mondo, relativi a donne con varinati patogenetiche germinali nei geni BRCA che hanno avuto una diagnosi di tumore al seno invasivo (stadio I-III) prima dei 40 anni, tra il 2000 e il 2020. Delle oltre 4700 pazineti elegibbili, più di 650 hanno avuto una gravidanza post-trattamento e 474 hanno avuto un parto. Di queste, 110 hanno allattato (61,8%) e 68 no (38.2%), mentre 225 avevano subito mastectomia bilaterale preventiva prima del parto e 71 presentavano dati mancanti sull’allattamento.

«Il primo punto di forza dello studio sta nella collaborazione di quasi 80 centri nel mondo, cosa che ha permesso di dimostrare su una casistica importante la sicurezza oncologica dell’allattamento al seno – premette il professor Fruscio -. Dopo un follow-up mediano di 7 anni, non è infatti emersa alcuna associazione tra allattamento e aumento del rischio di recidiva locoregionale o tumore controlaterale (ossia nell’altra mammella). Non solo, non sono emerse differenze neanche in termini di sopravvivenza libera da malattia o sopravvivenza globale».

Le implicazioni

L’ambito della gravidanza, e quindi anche dell’allattamento, è uno dei primi su cui chiede informazioni la donna giovane quando riceve una diagnosi di tumore al seno.

«Finora le informazioni che abbiamo dato alle nostre pazienti si sono basate soprattutto sull’esperienza del centro. Ora i nuovi dati, solidi e basati su una casistica ampia, aprono la strada a counseling più sereno e meno cautelativo, anche in centri con una casistica più limitata rispetto, ad esempio, alla nostra, che conta più di 800 donne – commenta Fruscio -. Questi dati ci permettono di incoraggiare, numeri alla mano, l’allattamento anche nelle donne portatrici di mutazioni BRCA che desiderano allattare dopo una gravidanza successiva al tumore al seno. La consulenza però va sempre personalizzata, presentando da una parte le evidenze scientifiche, ma rispettando dall’altra i desideri e le aspettative di ciascuna donna. Per esempio, dallo studio è emerso che il desiderio di allattare al seno era più sentito dalle donne alla prima gravidanza rispetto a quelle che avevano già avuto un figlio. In tutti casi, rimane però fondamentale confrontarsi serenamente con la donna, assecondandola per il suo vissuto e la percezione che ha del proprio rischio oncologico».

Antonella Sparvoli

© 2022 Fondazione Mutagens ETS. Tutti i diritti riservati.

Leggi altre notizie