Tumore al seno: sapere di avere una predisposizione genetica fa la differenza

Scoprire prima della diagnosi di cancro di avere una mutazione BRCA consente di identificare la malattia in fase più precoce e migliorare la prognosi

Molte donne scoprono di avere una predisposizione genetica al tumore al seno solo una volta che la malattia viene diagnosticata. Tuttavia intercettare anticipatamente le donne con varianti potegenetiche in geni di suscettibilità, in particolare nei geni BRCA1 e BRCA2, potrebbe fare la differenza, come segnala uno studio internazionale multicentrico retrospettivo, pubblicato di recente sulla rivista Journal of Clinical Oncology. Dalla ricerca, guidata da Matteo Lambertini, professore associato di oncologia medica presso l’Università di Genova-IRCCS Ospedale Policlinico San Martino, è emerso che l’identificazione precoce delle donne portatrici di varianti patogenetiche nei geni BRCA grazie a un test genetico di screening consente di diagnosticare più precocemente eventuali tumori al seno e di migliorare gli esiti, riducendo anche l’aggressività delle cure.

Matteo Lambertini

Consapevolezza prediagnostica

Il nuovo studio internazionale aveva l’obiettivo di indagare l’impatto del tipo di mutazione di BRCA sul comportamento clinico e sulla prognosi del carcinoma mammario nonché l’associazione tra il momento del test genetico (prima o alla diagnosi di tumore) e la prognosi. Gli studiosi hanno analizzato i dati relativi a ben 4752 pazienti portatrici di varianti patogenetiche nei geni BRCA, con meno di 40 anni al momento della diagnosi di carcinoma mammario invasivo in stadio precoce (stadio I-III), in un periodo compreso tra gennaio 2000 e dicembre 2020.

«L’aspetto più rilevante emerso dallo studio riguarda l’importanza della diagnosi genetica precoce – segnala Lambertini -. Le donne che scoprono di essere portatrici di una mutazione BRCA prima di ricevere la diagnosi di tumore tendono a individuare la malattia in fase iniziale, con il doppio di possibilità di scoprire il tumore quando è più piccolo di 2 centimetri. Inoltre si è visto che il 15% in meno di queste pazienti aveva metastasi linfonodali ascellari. Questo ha consentito a molte pazienti di evitare trattamenti più aggressivi, come la chemioterapia, o interventi chirurgici più invasivi, come la dissezione ascellare. Inoltre, queste donne hanno mostrato una sopravvivenza migliore rispetto a chi è stato sottoposto al test genetico solo dopo aver scoperto la malattia».

Diverso comportamento clinico

L’analisi di come le varianti patogenetiche dei geni BRCA1 o BRCA2 possano impattare su fattori come età alla diagnosi di tumore, aggressività e tipologia di neoplasia sviluppata nonché trattamento proposto, ha portato alla luce altri dati interessanti, come spiega Lambertini. «Le donne portatrici di varianti patogenetiche di BRCA1, rispetto alle donne con alterazioni patogenetiche di BRCA2, hanno una probabilità 5 volte più elevata di sviluppare tumori più aggressivi, con una crescita più rapida e non sensibili alle terapie anti-ormonali, perché le cellule neoplastiche non esprimono i recettori ormonali (nella maggior parte dei casi si trattava di tumori triplo negativi). Inoltre, hanno un rischio maggiore di sviluppare un secondo tumore al seno o altri tipi di cancro. Tuttavia, rispetto a chi presenta mutazioni nel gene BRCA2 e che sviluppa principalmente tumori positivi ai recettori ormonali, hanno meno probabilità di sviluppare metastasi a distanza».

Non sono state invece osservate differenze tra i due gruppi in termini di sopravvivenza generale e sopravvivenza libera da malattia.

L’importanza dello screening genetico

I nuovi dati sottolineano soprattutto quanto possa fare la differenza conoscere il proprio stato di portatrice di una variante patogenetica di BRCA1 o BRCA2, prima dell’eventuale diagnosi di neoplasia.

«È cruciale offrire test genetici alle donne che hanno i criteri per accedervi come, per esempio, una storia familiare di tumore al seno o all’ovaio. Identificare in anticipo la presenza di una variante patogenetica di BRCA permette di adottare strategie di prevenzione e sorveglianza, come controlli più frequenti o interventi chirurgici preventivi anche nei familiari portatori della stessa mutazione, aumentando le possibilità di individuare il tumore in fase precoce e migliorando quindi le prospettive di cura e guarigione. Intercettare le portatrici di varianti patogenetiche nei geni BRCA permette inoltre di mettere in atto strategie di prevenzione anche su altri organi a rischio, a partire dalle ovaie» conclude Lambertini.

Antonella Sparvoli

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