Un modello forte, unitario e trasparente per salvaguardare l’universalismo e l’equità del nostro SSN

Il 2026 sarà l’anno della verità per il SSN

Il 2026 si prospetta un anno cruciale per il nostro Servizio Sanitario Nazionale (SSN). È l’ultimo tratto significativo della legislatura e, in questa fase, il banco di prova non sarà tanto l’approvazione di nuove riforme, ma la capacità di portare a compimento quelle già varate negli anni precedenti.

Il tema è rilevante non solo per l’ammontare delle risorse destinate al SSN ma soprattutto per una distanza ormai evidente tra norme approvate e cambiamenti reali percepiti dagli operatori sanitari e dai cittadini.

Le liste d’attesa sempre più lunghe, la rinuncia ai controlli e alle cure da parte di oltre sei milioni di persone, le marcate disuguaglianze regionali nell’accesso ai servizi e negli stessi Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) sono segnali inequivocabili di un sistema sotto pressione e vicino al collasso. In gioco non c’è solo l’efficienza, ma la tenuta stessa dei principi fondativi del SSN: universalismo, equità e sostenibilità, soprattutto per le fasce più fragili della popolazione.

L’indirizzo politico è chiaro, il problema è l’attuazione

La Legge di Bilancio e i provvedimenti collegati delineano un indirizzo politico chiaro, più volte ribadito pubblicamente dal Ministro della Salute: rafforzamento del Fondo sanitario nazionale, maggiore attenzione al personale, rilancio della medicina territoriale, investimenti nella prevenzione, accesso ai farmaci innovativi e sviluppo della sanità digitale, rapporti più trasparenti tra pubblico e privato.

Il nodo, oggi, non è più cosa fare, ma come e quando farlo. In assenza di una capacità di governo forte e coerente, il rischio concreto è che riforme anche ben disegnate restino sulla carta o producano effetti diseguali sul territorio, contribuendo paradossalmente ad accentuare le differenze già esistenti anziché ridurle.

Più risorse senza una regia forte non bastano

L’incremento strutturale del Fondo sanitario nazionale a partire dal 2026 segna una novità positiva rispetto agli anni della forte compressione della spesa, anche se l’incidenza delle risorse pubbliche in rapporto al PIL è ancora in diminuzione. Tuttavia, senza una regia nazionale autorevole e trasparente, l’aumento degli stanziamenti rischia di assumere un carattere solo difensivo: copertura dei disavanzi, adeguamenti dei costi del personale, energetici, tecnologici e gestione delle emergenze.

In assenza di una programmazione unitaria, tali risorse difficilmente si trasformeranno in uno strumento di riequilibrio territoriale, di innovazione organizzativa e di miglioramento della produttività del SSN. La frammentazione decisionale, oggi fortemente accentuata a livello nazionale e regionale, rende infatti molto più difficile affrontare problemi strutturali come le disuguaglianze territoriali, le inefficienze e la scarsa integrazione tra i diversi setting dell’assistenza (ambulatoriale, ospedaliera, territoriale, telemedicina).

Il personale è un vero spartiacque 

La crisi del SSN continua ad avere nel personale sanitario il suo punto più critico. Le nuove norme prevedono fondi per i rinnovi contrattuali e nuove indennità, ma tra lo stanziamento delle risorse e la valorizzazione reale dei professionisti persiste un vuoto che si chiama attuazione

Senza il completamento dei piani di assunzione, il sistema continuerà a reggersi su condizioni di sottorganicocarichi di lavoro elevati e una crescente perdita di attrattività delle carriere, specie nel settore pubblico. A ciò si aggiunge la necessità, non più rinviabile, di portare a termine il riordino delle professioni sanitarie, con particolare attenzione al ruolo del personale infermieristico.

Come già sottolineato in precedenti editoriali, molti dei cambiamenti normativi introdotti negli ultimi anni non potranno essere realizzati senza una revisione profonda dell’organizzazione del lavoro sanitario, che coinvolga medici, infermieri, professionisti della riabilitazione e della prevenzione, personale tecnico e amministrativo, all’interno di un disegno complessivo e coerente. Quindi, non bastano i soldi, occorre offrire ai professionisti sanitari una chiara visione del futuro e solide prospettive di crescita e di miglioramento dei processi, incluso il ripensamento delle carriere e l’adeguamento delle remunerazioni al merito, all’impegno e alle responsabilità.

Liste d’attesa: la prova decisiva di credibilità

La riduzione delle liste d’attesa rappresenta probabilmente il banco di prova più delicato sul piano politico, sociale e organizzativo. Le misure non mancano: prestazioni aggiuntive, utilizzo più estensivo e meno condizionato del privato accreditato, revisione dei tetti di spesa, anche grazie alle risorse del PNRR, che però saranno disponibili ancora solo per un anno.

Senza una governance nazionale integrata delle agende, con criteri omogenei di priorità clinica e una reale trasparenza sui tempi di accesso, il rischio è quello di interventi episodici e diseguali, con un ulteriore ampliamento delle disparità territoriali, in particolare nelle regioni del Centro-Sud e nelle aree più periferiche delle stesse regioni del Nord.

Il 2026 dirà in modo definitivo se il SSN è ancora in grado di garantire l’universalismo oppure se la risposta implicita continuerà ad essere: chi può paga, chi non può aspetta o rinuncia alle cure. In questo contesto si inserisce anche il dibattito sulla riforma della sanità integrativa, che non può diventare una scorciatoia per compensare le inefficienze del sistema pubblico. Con la limitatezza delle risorse pubbliche disponibili, oggi e in futuro, l’opportunità di valorizzare e di integrare le risorse private nel SSN non è più rinviabile, non solo per risolvere le emergenze (liste di attesa) ma anche per affrontare il nodo dell’equità: consentire a più cittadini, specie ai più disagiati, di accedere alle prestazioni.

Territorio e prevenzione: investire non basta senza nuovi modelli organizzativi

La pandemia ha reso evidente quanto sia fragile un sistema sanitario eccessivamente ospedale-centricoContinuità assistenziale delle cure e prevenzione richiedono una forte integrazione tra ospedale e territorio, con le Regioni, le ASL/ATS, le COT (Centrali Operative Territoriali) chiamate a coordinare in modo efficace le risorse disponibili, in funzione dei reali bisogni di salute.

Case e Ospedali di comunità rischiano di restare contenitori vuoti se non accompagnati da modelli organizzativi chiari, integrazione con la medicina generale e personale dedicato, soprattutto di tipo infermieristico. Allo stesso modo, l’estensione degli screening e degli interventi di prevenzione sul territorio deve procedere di pari passo con il rafforzamento della capacità diagnostica e dei percorsi di presa in carico nelle strutture ospedaliere, per evitare duplicazioni e l’allungamento ulteriore delle liste d’attesa.

LEA: senza un coordinamento nazionale l’universalismo non regge

LEA rappresentano il perno del modello universalistico. Il loro recente aggiornamento – di prossima approvazione in Parlamento dopo oltre otto anni di attesa – è un passaggio importante, ma non sufficiente. Serve un modello di governance nazionale più forte (non basta il monitoraggio delle prestazioni LEA realizzato da AGENAS), capace di garantire che le prestazioni essenziali siano effettivamente accessibili in modo uniforme su tutto il territorio nazionale.

Senza mettere in discussione l’autonomia delle singole regioni nella gestione sanitaria, un coordinamento nazionale più stringente nella programmazione e nel controllo dei LEA consentirebbe di valorizzare le migliori esperienze, promuovere sinergie e ridurre gli sprechi dovuti a duplicazioni, inappropriatezza e mancanza di integrazione tra i sistemi regionali. Almeno per i LEA l’universalismo previsto dalla Costituzione non può continuare a poggiare su 21 sistemi regionali/provinciali chiusi, non omogenei, non comunicanti tra loro.

La revisione del sistema amministrativo-gestionale 

Lo stesso sistema di amministrazione e controllo della sanità, a livello nazionale, regionale e territoriale, va ripensato radicalmente. Il modello di pagamento a prestazione (DRG) ha evidenziato tutti i suoi limiti:

  • incentiva la produzione di prestazioni singole piuttosto che la gestione integrata del paziente;
  • trascura i risultati di salute dei pazienti che dovrebbero essere la finalità principale dei processi sanitari;
  • porta a sprechi e inefficienze, per mancanza di coordinamento, per duplicazione delle prestazioni, per la parcellizzazione della presa in carico.

Occorre quindi traghettare il sistema verso una prospettiva “value-based” e verso i percorsi integrati di diagnosi, cura e prevenzione, coerentemente con i PDTA di patologia regionali, aziendali e interaziendali. Questo approccio richiede, a vari livelli:

  • la definizione di nuovi indicatori di esiti di salute e di rapporto tra outcome e costi dei percorsi;
  • lo sviluppo di nuovi sistemi di gestione dei dati di outcome e di costo;
  • una maggiore collaborazione tra diversi setting di assistenza sanitaria e tra diversi professionisti, superando il “modello a silos” consolidato.

Farmaci innovativi e sanità digitale: serve una guida unitaria

La governance farmaceutica e l’accesso ai farmaci innovativi rappresentano un altro nodo cruciale. La frammentazione regionale (prontuari regionali) rallenta l’accesso alle terapie e genera disuguaglianze difficilmente giustificabili. Linee guida nazionali chiare, decreti attuativi tempestivi e un maggiore allineamento dei prontuari sono strumenti indispensabili.

Lo stesso vale per la sanità digitale e la telemedicina. Il rafforzamento del ruolo di Agenas è un segnale positivo, ma senza interoperabilità dei dati, integrazione con il Fascicolo sanitario elettronico e una visione unitaria, il digitale rischia di restare un insieme di progetti, anziché una reale trasformazione del sistema.

Definire le priorità di salute per rendere concreto l’universalismo

Una riforma di questa portata non può prescindere da una riflessione esplicita sulle priorità di salute. In un sistema poco trasparente continuano a convivere prestazioni di dubbia utilità e bisogni di salute urgenti non soddisfatti. L’universalismo non può significare “tutto a tutti”, ma “prestazioni giuste per chi ne ha realmente bisogno”, secondo criteri di appropriatezza, equità e sostenibilità.

Il ruolo del terzo settore e il contributo di Mutagens

Il terzo settore rappresenta una risorsa straordinaria per il sistema sanitario italiano, sia nell’assistenza e nella prevenzione, sia nella ricerca. È necessario riconoscerne il ruolo e integrarlo in modo più strutturato nella governance del sistema, coinvolgendo in modo formale le organizzazioni di pazienti e le società scientifiche nei processi decisionali.

La Fondazione Mutagens, nell’ambito delle sindromi ereditarie di predisposizione ai tumori, è pronta a offrire il proprio contributo, mettendo a disposizione competenze, esperienze e una comunità attiva di portatori e familiari. Rafforzare l’universalismo e l’equità del SSN significa anche valorizzare queste risorse, costruendo un sistema più giusto, più efficace e realmente orientato ai bisogni dei pazienti e dei cittadini.

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