Poliposi adenomatosa familiare: allo studio dieta antinfiammatoria

Il trial LIME-FAP sta cercando di capire se un intervento dietetico mirato possa ridurre il numero e/o le dimensioni degli adenomi e avere ripercussioni positive su funzionalità intestinale e qualità di vita

In occasione del recente congresso dell’Associazione Italiana Familiarità Ereditarietà Tumori (AIFET), che si è tenuto all’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano (INT), Patrizia Pasanisi, direttrice della Struttura semplice dipartimentale di ricerca nutrizionale e metabolomica dell’INT, ha presentato lo studio clinico LIME (Low Inflammatory Mediterranean Diet and Endoscopy)-FAP, finanziato da Fondazione AIRC. Il trial ha come protagonisti individui con poliposi adenomatosa familiare (FAP) sottoposti a colectomia totale con risparmio del retto nei quali si sta valutando se un intervento di dieta mediterranea antinfiammatoria possa ridurre il numero e/o le dimensioni degli adenomi nel moncone rettale. Inoltre gli studiosi stanno cercando di capire se sia effettivamente possibile modulare i marcatori di infiammazione intestinale e sistemica nonché migliorare la qualità della dieta e così regolare la funzione intestinale con ricadute positive anche sulla qualità di vita.

Patrizia Pasanisi

FAP e dieta antinfiammatoria

La poliposi adenomatosa familiare è una malattia ereditaria che causa lo sviluppo di centinaia o migliaia di polipi adenomatosi precancerosi nel colon-retto e, talvolta, anche in altre parti dell’apparato digerente. Questa sindrome tumorale ereditaria è causata da mutazioni nel gene APC (o MUTYH, per altre poliposi familiari) e, senza trattamento, porta quasi inevitabilmente allo sviluppo di un cancro del colon-retto entro i 40 anni. Attualmente, l’unica strategia preventiva efficace è la colectomia totale (rimozione del colon) profilattica, in genere entro i 30 anni, associata a una sorveglianza endoscopica permanente. 

«Oggi sappiamo che anche l’infiammazione intestinale e l’ambiente immunitario svolgono un ruolo chiave nello sviluppo di adenomi e del cancro del colon-retto e che la dieta mediterranea può modulare l’infiammazione – spiega Pasanisi -. Partendo da questa osservazione abbiamo avviato di recente uno studio clinico randomizzato controllato, progettato per valutare se una dieta mediterranea antinfiammatoria possa ridurre gli adenomi nel moncone rettale dei pazienti sottoposti a colectomia profilattica con anastomosi ileorettale e quindi preservazione del retto. Lo studio valuterà anche l’effetto della dieta sui marcatori infiammatori locali e sistemici, sul microbiota intestinale e su aspetti della qualità della vita dei pazienti».

Lo studio pilota

Ciò che mangiamo può influenzare la composizione del microbiota intestinale, ossia l’insieme di microrganismi che popola il nostro intestino. Una dieta prevalentemente vegetale facilita lo sviluppo di microrganismi che hanno effetti benefici sull’intestino e aiutano a contrastare l’infiammazione. Al contrario, una dieta occidentale, all’americana, tende favorire lo sviluppo di una flora batterica che gestisce più grassi e proteine e dà origine a tutta una serie di fattori che facilitano l’infiammazione.

«Partendo da questi presupposti, nel 2017 abbiamo iniziato uno studio pilota che ha coinvolto circa 30 pazienti con FAP che sono stati invitati a mangiare con noi due volte a settimana per tre mesi. Abbiamo rivoluzionato il loro modo di mangiare, proponendogli una dieta mediterranea antinfiammatoria. L’obiettivo era innanzitutto vedere la fattibilità di questo tipo di intervento perché di norma i pazienti che si sottopongono a colectomia seguono una dieta priva di fibre e quindi, di fatto, hanno una dieta pro-infiammatoria».

Le prime osservazioni

Per valutare i parametri infiammatori sistemici e intestinali i ricercatori hanno fatto, a vari intervalli, prelievi del sangue e delle feci.

Ebbene i dati raccolti mostrato che l’aderenza dei pazienti alla dieta mediterranea, che in partenza era molto molto bassa, è aumentata enormemente.  Dall’altro lato è invece diminuito il consumo di prodotti sconsigliati con effetti pro-infiammatori (carni rosse conservate, zuccheri semplici, ecc.) e si sono mantenuti stabili i prodotti “neutri”, per esempio le uova. «Contestualmente si sono ridotti i parametri di infiammazione locale e sistemica e si è quasi dimezzata la frequenza delle scariche diarroiche» puntualizza Pasanisi.

Il nuovo studio clinico LIME-FAP

Il nuovo studio clinico, che ha preso il via con un primo gruppo di una trentina di pazienti qualche mese fa, prevede un intervento dietetico della durata di 24 mesi.

«Nei primi 12 mesi sono previste attività in presenza almeno una volta al mese: corsi di cucina a tema con pasti comunitari, incontri di educazione nutrizionale e la somministrazione di pacchi alimentari contenenti, tra l’altro anche alimenti di tradizione orientale come miso e tempeh (alimento fermentato a base di semi di soia). Abbiamo inoltre deciso di coinvolgere anche i caregiver che sono inviatati alle attività in presenza – riferisce Pasanisi -. I 12 mesi successivi, di rinforzo, prevedono invece attività online mensili attraverso un’applicazione mobile. In parallelo i pazienti si sottoporranno alle rettoscopie di controllo annuali e a prelievi periodici di sangue e feci».

Possono partecipare allo studio soggetti con più di 18 anni, portatori di mutazioni APC o MUTYH, sottoposti a colectomia totale con preservazione del retto e aderenti al programma di sorveglianza dell’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano (per informazioni contattare giada.sassi@istitutotumori.mi.it, patrizia.pasanisi@istitutotumori.mi.it, eleonora.bruno@istitutotumori.mi.it).

«L’idea è quella di ridurre l’infiammazione intestinale e sistemica, ripristinare un equilibrio del microbiota e migliorare gradualmente le abitudini alimentari dei partecipanti nell’ottica anche di ridurre i sintomi gastrointestinali che spesso li accompagnano. L’auspicio è che questo approccio innovativo possa affinare la gestione della FAP, offrendo una strategia non invasiva per migliorare la qualità della vita e ridurre il rischio di cancro nei portatori» conclude Pasanisi.

Antonella Sparvoli

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