Radioterapia promossa dai pazienti oncologici, ma resta il peso emotivo

I malati ripongano fiducia nella tecnologia radioterapica, ma sentono il carico psicologico del percorso. La sfida è accompagnarli oltre la fase tecnica del trattamento. Lo hanno sottolineato gli esperti intervenuti al Congresso nazionale AIRO

La radioterapia è spesso percepita come una fase difficile del percorso oncologico. Eppure, secondo un’ampia indagine AstraRicerche-AIRO (Associazione Italiana Radioterapia e Oncologia clinica), condotta su 269 pazienti trattati tra il 2012 e il 2022, emerge un quadro positivo su questo approccio terapeutico. Nonostante ciò, quasi la metà dei pazienti vorrebbe che venisse data maggiore attenzione alla componente emotiva, in particolare nelle fasce più giovani, dove l’impatto psicologico del percorso risulta più forte. I risultati della ricerca sono stati presentati in occasione del 35° Congresso Nazionale AIRO, che si è tenuto di recente a Rimini.

Tecnologie affidabili e disturbi lievi

L’indagine AstraRicerche-AIRO evidenzia che ben il 92% dei pazienti ripone alta fiducia nella tecnologia radioterapica e il 93% giudica efficace o adeguata la gestione dei disturbi. Inoltre, a sei mesi dalla fine della terapia, il 71% non segnala effetti rilevanti.

Quasi un paziente su due riferisce come principale difficoltà la preoccupazione per la malattia, seguita da sintomi infiammatori o bruciore (21%) e dalla necessità di visite frequenti (20%).

Per Marco Krengli, presidente AIRO, il feedback dei pazienti conferma il valore della radioterapia moderna. «La ricerca ci mostra una radioterapia che i pazienti percepiscono come una cura affidabile e umanamente attenta, ma ci ricorda anche che la qualità dell’esperienza non si misura solo in termini di efficacia clinica. Oggi la vera sfida è accompagnare il paziente oltre la fase tecnica del trattamento, costruendo percorsi di sostegno psicologico, informativo e relazionale più strutturati».

Il rapporto con l’équipe medica e la rapida ripresa


L’indagine evidenzia anche quanto la componente relazionale incida sulla qualità percepita. Il 77% dei pazienti si è sentito ben supportato dall’équipe, mentre il 66% ha giudicato chiare e complete le informazioni ricevute. L’empatia e la presenza del personale sanitario sono gli elementi più apprezzati: il rapporto con l’équipe viene descritto come di “grande supporto umano” (43%) o “professionale e cordiale” (51%). Solo una minoranza lo percepisce distaccato (6%).
«Quando il paziente trova un’équipe presente e una comunicazione comprensibile, la fiducia nella tecnologia diventa un alleato concreto» commenta Stefano Pegolizzi, presidente eletto AIRO.

I dati raccolti nel sondaggio confermano che, nella maggior parte dei casi, la ripresa è rapida: il 39% ritorna alla vita quotidiana in poco tempo, mentre il 47% necessita di un periodo medio o lungo. Solo il 13% riferisce modifiche nelle proprie abitudini.

Tra chi presenta effetti a sei mesi (29%), questi sono giudicati per lo più lievi (53%). Le visite di controllo sono considerate utilissime dal 93% dei pazienti.

 

Giovani più sensibili ai cambiamenti fisici ed emotivi

I pazienti con un’età tra i 18 e i 40 anni sono quelli più sensibili nel percepire gli effetti della radioterapia: il 34% segnala disturbi nel periodo post-terapia.

«I pazienti ci ricordano quanto la radioterapia debba essere non solo precisa ma anche capace di ascoltare – sottolinea Antonella Ciabattoni, segretario AIRO – perché in questa fase della vita la percezione degli effetti, anche lievi, si intreccia con la costruzione della propria identità, e richiede un supporto psicologico e clinico più mirato. Un dato che rafforza l’importanza di un monitoraggio personalizzato e di un accompagnamento continuo, anche nelle fasi successive al trattamento, per favorire il ritorno a una piena quotidianità».

I pazienti stessi danno alcuni consigli a chi è in procinto di iniziare un trattamento radioterapico: affidarsi e avere fiducia (48%), accettare la stanchezza con pazienza (37%), fare domande (12%). Marginale il consiglio opposto: “non fare domande” (2%).

Il peso emotivo: la sfida ancora aperta

Nonostante i progressi tecnologici e organizzativi, il fattore emotivo rimane la principale difficoltà per il 48% dei pazienti,

«Il dato sulla preoccupazione ci parla di un bisogno che va oltre la parte clinica perché anche quando la terapia funziona, il paziente vive un carico emotivo che non può essere trascurato. È lì che si gioca la vera qualità della cura: nel sapere offrire informazioni chiare, rassicurazione e continuità di ascolto. Per questo stiamo lavorando a percorsi di supporto psicologico e di informazione più integrati nella pratica quotidiana, così da prevenire l’ansia, contenere l’impatto dei sintomi e accompagnare il paziente durante tutto il trattamento e nel follow-up” conclude Michele Fiore, consigliere AIRO.

La tecnologia è dunque un alleato fondamentale, ma sono l’empatia, la comunicazione e il sostegno emotivo a fare davvero la differenza. La sfida dei prossimi anni sarà trasformare questa consapevolezza in pratiche sempre più strutturate, capaci di garantire a ogni paziente non solo una cura efficace, ma un percorso umano e sostenibile sotto i diversi punti di vista.

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