Tumore dell’ovaio: risultati incoraggianti con l’immunoterapia

Nuovi dati presentati all’ESMO mostrano che l’immunoterapico pembrolizumab aggiunto alla chemioterapia, con o senza bevacizumab, riduce il rischio di progressione di malattia o morte rispetto alla chemioterapia in determinate pazienti affette da recidiva di malattia platino-resistente

In occasione del recente congresso europeo dell’European Society of Medical Oncology (ESMO) sono stati presentati i risultati della prima e della seconda analisi ad interim dello studio registrativo di fase 3 KEYNOTE-B96, prima della sua conclusione formale. Ebbene i dati dimostrano che un regime terapeutico basato su un inibitore del checkpoint immunitario (pembrolizumab), associato alla chemioterapia con paclitaxel, nel carcinoma ovarico ricorrente platino-resistente consente miglioramenti statisticamente significativi della sopravvivenza libera da progressione in tutte le pazienti e di sopravvivenza globale nelle pazienti il cui tumore esprime il biomarcatorore PD-L1 rispetto a placebo più chemioterapia con o senza bevacizumab.

Le due analisi

La prima analisi dello studio KEYNOTE-B96 è stata condotta dopo 15,6 mesi e ha dimostrato un miglioramento rilevante in tutte le pazienti (322) sottoposte all’immunoterapia rispetto a quelle trattate con placebo più chemioterapia, con una riduzione del 30% del rischio di progressione o morte. La percentuale di pazienti senza progressione è stata, rispettivamente, del 33% nel gruppo trattato con pembrolizumab e del 21% circa gruppo placebo a distanza di un anno.

La seconda analisi è stata condotta dopo 26,6 mesi e ha valutato la sopravvivenza globale nelle donne con il biomarcatore PD-L1 positivo. In questo caso la combinazione con l’immunoterapico pembrolizumab ha ridotto il rischio di morte del 24%. Il tasso di sopravvivenza globale a 12 mesi per le pazienti trattate con il regime a base di pembrolizumab è stato del 69,1% rispetto al 59,3% per le pazienti trattate con il regime a base di placebo. I tassi a 18 mesi sono stati del 51,5% e 38,9%, rispettivamente.

Le prospettive

«Per le pazienti con carcinoma ovarico ricorrente resistente al platino abbiamo attualmente a disposizione pochissimi trattamenti in grado di ridurre il rischio di progressione di malattia o di morte – fa notare Nicoletta Colombo, direttore del Gynecologic Oncology Program dell’Istituto Europeo di Oncologia di Milano -. I risultati dello studio KEYNOTE-B96 possono rappresentare un significativo passo avanti nel trattamento del carcinoma ovarico ricorrente resistente al platino e dimostrano che l’aggiunta di pembrolizumab alla chemioterapia, con o senza bevacizumab, potrebbe diventare un’ulteriore opzione efficace per queste pazienti».

Dopo aver mostrato la sua validità in altri tumori ginecologici, come quelli della cervice uterina e dell’endometrio, spesso in combinazione con la chemioterapia, l’immunoterapia sta entrando anche nell’armamentario terapeutico per il cancro ovarico, aprendo la strada anche a un potenziale cambio di paradigma terapeutico per le pazienti con carcinoma ovarico ricorrente resistente al platino.

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